concept store corso como 10

Concept store. Retail e nuovi consumatori.

Secondo le previsioni dei più importanti guru digitali, il negozio fisico, lo store, era destinato a tramontare. Una recente ricerca di Salesforce in collaborazione con SapientRazorfish ha scoperto però che si stavano sbagliando. Il 59% degli acquirenti tra i 18 ed i 24 anni – i famosi nativi digitalipreferisce fare acquisti in un negozio fisico, mentre il 54% compra online ma ritira in negozio. La percentuale aumenta passando alla fascia di età successiva!

“Il ruolo del negozio fisico è cambiato e nonostante l’avvento del digitale resta un pilastro strategico. Luogo dove fare acquisti, magazzino, manifesto pubblicitario, modo esclusivo per coinvolgere il consumatore e creare la domanda: questo è lo store offline oggi” Maurizio Capobianco, Salesforce Commerce cloud

In un momento storico in cui smartphone e social emergono come vetrine per i brand, le vetrine offline devono cambiare. Offrire luoghi suggestivi, affascinanti, ricchi di glamour, dove vivere avventure di shopping, dove spendere non solo denaro ma anche tempo.

concept store ralph laurenIl primo concept store è stato inaugurato da Ralph Lauren nel 1986 a New York, dove il lusso delle collezioni era presentato in un ambiente architettonicamente caratterizzato. Oggi, il concept store è un punto vendita eterogeneo, con ampia superfice, diverse merceologie esposte, una presentazione di lifestyle piuttosto che di prodotto. L’obiettivo è creare un allestimento dove l’esplorazione, la scoperta da parte del cliente sia ricca di suggestioni – provenienti sia dalla varietà di prodotti esposti che dall’architettura dell’ambiente. I più belli? Molti nel mondo, ne faccio una breve lista ovviamente non esaustiva e assolutamente personale.

  1. Colette, a Parigi. Con oltre 740 mq di esposizione, offre il meglio ed il nuovo, sempre.concept store colette
  2. Hay House, Copenhagen. Design scandinavo ed estetica urbana si riflettono perfettamente in una esposizione ricercatissima.concept store hay house
  3. 10 Corso Como, Milano. Primo e più famoso in Italia, qui gli occhi si perdono! Contemporaneo e cosmopolita, presenta brand primari a fianco di nomi emergenti e capsule collection.concept store 10 corso como
  4. Platform Place, a Seoul. Non è proprio dietro l’angolo, ma uno dei più affascinanti e vibranti in una città dove la ricerca estetica è all’avanguardia.concept store seoul
  5. County Ltd, Los Angeles. Arredo ed abbigliamento in uno store aperto 5 anni fa. Minimalismo e design in un ambiente west coast.concept store miami
ecoalf fashion

No planet B. Moda ed ecosostenibilità oggi.

Prendendo spunto dalla notizia della apertura berlinese dello store Ecoalf mi sono fatta rapire ancora una volta da ragionamenti e collegamenti tra notizie – avete presente le palline del lotto all’estrazione? – che ultimamente affollano la mia mente.

La tendenza al riciclo e riutilizzo non è una novità nè una notizia. sostenibilità adidasMa le notizie della loro applicazione da parte di molte ed importanti aziende come parte integrante di una strategia di crescita mi rende particolarmente fiera ed entusiasta. Allora ecco che spuntano alla memoria le Adidas Parley, ultime nate da un progetto ecologico più ampio dedicato al recupero della plastica per trasformarla in capi ed accessori ad alta tecnologia. Entusiasmante vedere innovazione e potenzialità economica agire per uno scopo ecologico!

E sempre tra la memoria a breve termine affiora il progetto di Vigga, nato da una madre danese che ha inventanto un concept store per affittare i vestiti dei bambini, da 0 a 3 anni, sostituendoli man mano che crescono. I modelli sono semplici e realizzati in materiali ecologici. Il riuso è una ulteriore garanzia della ecologicità del progetto, che fonde insieme ecologia e sharing economy. Moderno, funzionale e dal contenuto etico altissimo!

A questi valori Stella McCartney aggiunge creatività, eleganza, sartosostenibilità stella mccrialità, il suo stile unico. E il risultato è moda allo stato puro. Senza perdere di vista però l’ambiente: filiera controllata, no fur, materiali il più possibili riciclati o riciclabili, ecosostenibilità. Può non piacere, ma io ho sottolineato mentalmente che questa donna sta trasmettendo al suo business gli stessi ideali che applica per la sua vita privata, e hanno una conseguenza talmente ampia da ricadere sui comportamenti d’acquisto – e  non solo – di migliaia di persone.

Anche la Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI) ha voluto sottolineare l’importanza della visione ecologica in campo fashion, dando vita ai Green Carpet Fashion Awards Italia, evento dedicato ai valori della sostenibilità, svoltosi il 24 settembre in concomitanza con Milano Moda Donna. I più grandi nomi italiani – da Fendi, Giorgio Armani, Gucci, Prada, Valentino – associati a giovani emergenti la cui visione e creatività rappresentano il futuro della moda. Il premio? Una statuetta realizzata da Chopard in oro etico (e sì, esiste anche quello!!). Nel frattempo capsule dedicate a collezioni sostenibili compaiono da Mango, Freitag e H&M. Siamo circondati, ma è una buona notizia.

In un momento in cui la siccità sta colpendo anche un nord Italia abituato ad autunni brumosi, pensare di agire per mantenere questo unico pianeta che abbiamo è un dovere di tutti. Anche della moda.

chiuri dior

La donna della realtà globale. Moda e realtà a confronto.

“La moda non si deve subire, basta vestire le bambine come bamboline. Viva la libertà di essere quel che si vuole”. Mariagrazia Chiuri

Sono giorni che questa frase l’ho salvata sul cellulare. Perchè è bella e chiara e fiera. E’ femminista senza essere barricadera. E’ femminile e libertaria. E’ un grido di orgoglio di una donna per una donna. Lanciato all’apertura del nuovo archivio Dior Heritage nel cuore di Parigi. Stiamo parlando di tecnologia, estetica, comunicazione, ricerca. Di primo mondo nel senso più raffinato ed elevato per quanto riguarda l’immagine femminile.

E sono giorni che questa frase si scontra con tantissime altre notizie bambine sposeche invece mi lasciano amareggiata e sconcertata. Ancora spose bambine, costrette dalle famiglie a matrimoni programmati, abbandonate tra le braccia di asettici uomini che non le amano nè le rispettano, forzate del dovere coniugale dirette come frecciarossa in corsa verso uno stupro programmato, ripetuto, pianificato, giustificato. Senza possibilità di appello. Mi sono stupita di fronte alla notizia che in India i tribunali hanno confermato la sentenza con la quale una donna è stata costretta a lasciare il proprio marito – scelto per amore – per tornare sotto la volontà paterna e quindi a sposarsi in un matrimonio programmato. Incredibile. Allucinante. Ho dovuto rileggerlo. Sono stata due volte in India e ho constatato di persona quanto la condizione femminile sia degratata, al limite del tollerabile, al limite della schiavitù senza neppure il riconoscimento di uno status. Speravo che la modernità arrivasse, almeno attraverso l’applicazione delle leggi. Mi sbagliavo.

E non solo questo. Miss Perù che alla fase di presentazione delle finaliste cita i dati della violenza femminile in quel paese. Certo, dichiarazioni programmate e non volontà delle ragazze, ma mi lascia perplessa ancora una volta la forza di un messaggio simile, la necessità di comunicare in quel momento, in quel modo. Quante altre ancora taciute?

E ancora guardavo con mia figlia alcune immagini di donne di tutto il mondo che allattano. Moltissime ovviamente delle tribù indigene – come se allattare fosse solo per loro e non per noi donne, tutte intendo – e molte segnate da ferite. Che io so essere da taglio, da bastonature. Che io so essere subite nella quotidiana violenza domestica. Che si perpetra nello spazio e nel tempo. Taccio con mia figlia nella vana speranza di evitarle anche solo l’idea che l’uomo possa avere il diritto di picchiare una donna, matrattarla, ferirla, per il puro piacere di affermare la sua superiorità.

E poi la lunga stagione dei femminicidi italiani, ormai una lista talmente articolata da non trovarne neppure una fine. Oggi, qui, ora, in Italia, i nostri vicini di casa. Non parliamo di altro, parliamo di noi. Che uccidiamo per un no, per un amore negato, per un sentimento negativo. (Ma le mamme ve lo insegnano a perdere? Questo sarà un altro argomento …). Sfregiate con l’acido, massacrate, donne o famiglie intere. Quanta violenza, quanta impreparazione, quanta povertà intellettuale.

Allora dove si colloca la frase della Chiuri? In quale mondo? Come faccio a mettere insieme una immagine di donna che comprenda l’uno e l’altra? La testa china e la forza di affermarsi. La libertà e l’impossibilità di decidere alcunchè della propria vita, neppure i propri affetti.

So cosa racconterò a mia figlia, so che messaggio le sto già passando quando insieme scegliamo le magliette del mattino. So cosa voglio che cresca in lei.
Ma come mi piacerebbe che fosse realtà anche per tutte le altre bambine del mondo …

typo

Love Typo

Ogni parola scritta ha una forma. E la forma ha a che fare con ciò che la parola comunica. Il font completa il messaggio testuale, una veste grafica per ciò che grafico non è. Parte integrante di un sito o blog o annuncio pubblicitario se parliamo di offline, ne esalta il contenuto, evidenziandone già alcune caratteristiche.
Cioè comunica al 100%! Nella creazione della identità visuale è la terza regola aurea (dopo l’aspetto cromatico e la scelta delle immagini). E ci aggiungo che a scegliere un font potrei metterci dei giorni, perchè mi piace provare e riprovare e vagliare le mille possibilità che anche solo una sfumatura della grazia può rendere.

Simon Garfield ha scritto nel 2012 Sei proprio il mio typo, best seller sull’arte della calligrafia e delle infinite forme delle lettere, qualche anno dopo Betty Soldi pubblica Inkspired, dove ripropone nuovi modi di riscrivere l’alfabeto.
Ma non sono i soli ad aver approfondito l’argomento: sono davvero tanti i siti che propongono servizi e download.
Provo a darne una visione rapida.

Mi piace. Come scopro che font è?

Ci sono siti che ti possono aiutare a scoprire che tipo di font stai osservando (e che magari vorresti tanto sul tuo blog). Si inizia da WhatFont (se utilizzi Google Chrome ) o FontFinder (perFirefox). Sono add on veloci e dall’utilizzo intuitivo, basta selezionare il testo ed analizzarlo con un menù molto stringato. Seconda possibilità, puoi fotografare il font che ti piace e caricarlo sul sito WhatTheFont o What Font Is, dove verranno esaminate le caratteristiche delle lettere e potrai sapere a quali famiglie tipografiche appartengono o a quali più somigliano.

Quale sarà il risultato?

Se vuoi vagliare alcuni esempi di come un progetto di design si modifichi a seconda del font utilizzato, puoi cercare sulla piattaforma Fontsinuse. Dal menù puoi scegliere quale sezione ti interessa e ci sono caricati moltissimi esempi di applicazioni di font su insegne, adv, packaging.

Ma alla fine, cosa userò? Puoi facilmente concludere le tue ricerche su Google Fonts, che ti suggerirà anche abbinamenti facili e già testati, o su siti terzi come Dafont.com che offre la possibilità anche di fare download del font scelto, oppure ancora su Fontsquirrel.com. Ma sono solo alcuni dei molteplici siti che offrono la possibilità di scegliere e personalizzare il proprio typo.

La scrittura manuale e la scelta del font sono oggi il discrimine nelle scelte grafiche vincenti di una azienda” afferma Cosimo Lorenzo Pancini, insegnante al nuovo corso di Typography e Calligraphy dello IED di Firenze.

Insomma il carattere fa la differenza. Buona scelta!