Fashion Copywriting: migliorare le descrizioni di prodotto per vendere di più

I negozi online, o gli e-stores come dicono gli addetti del settore, stanno diventando sempre più importanti. Lavorano spesso a fianco del punto vendita fisico, offrono molto di più in termini di disponibilità e taglie, e sono un’ottima opportunità di business. Necessitano di alcuni investimenti iniziali e di contenuti costantemente aggiornati, ma sono estremamente profittevoli. Tuttavia soffrono di una strutturale difficoltà – quella della lontananza dal cliente – che li rende freddi e spesso troppo basati su calcoli quantitativi piuttosto che su capacità e caratteristiche qualitative. Descrizioni di prodotto coinvolgenti e ben scritte permettono di massimizzare le propensioni all’acquisto da parte dei visitatori, ottenendo quindi il nostro goal, vendere di più. Ecco allora alcuni tips utili a migliorare le descrizioni prodotto ed attirare il vostro consumatore a cliccare sul pulsante “Aggiungi al carrello”!

Sorprendi, stupisci, emoziona.

Online il cliente è solo, non ha amici o commessi che lo supportano e lo consigliano, che lo aiutano nella fase della scelta e dell’acquisto. Manca il fattore umano. Ciò che un buon testo deve fare è immedesimarsi nel consumatore ideale, entrare nel suo punto di vista e fornirgli quel supporto emotivo, caldo, personale, che uno schermo di computer non può trasmettere. L’esperienza dello shopping è piacevole in negozio, dobbiamo cercare di rendere altrettanto positivo un acquisto in solitaria online. Quindi cercare di costruire quella connessione tra brand e cliente, trasmettendo valori, sogni, promesse. Anche un testo di prodotto può trasmettere il sapore di un mondo appealing e desiderabile.

Rivolgersi al consumatore ideale

Scrivere in modo neutrale, per piacere a tutti, risulta freddo e alla fine poco efficace. Bisogna rivolgersi direttamente al nostro consumatore, lui o lei che sia, parlandogli come se ci si stesse guardando negli occhi. Dall’altra parte della tastiera lui o lei si sentiranno coinvolti direttamente, e reagiranno di conseguenza. Proprio come se fosse fisicamente davanti a voi.

Usare titoli semplici e concisi

I titoli devono essere sintetici e precisi, devono dire con poche e semplici parole che cosa si sta vendendo. Meglio quindi utilizzare termini basici, comprensibili, non gergali per quanto possibile. Non chiamate il prodotto con un nome personalizzato, che solo voi potete comprendere. Ovviamente poi nella descrizione andrà utilizzato il linguaggio corretto della moda.

Allure e benefit per attirare l’attenzione, non specifiche tecniche

Certo le caratteristiche tecniche sono fondamentali e non possono mancare nella descrizione, ma il nostro sforzo dovrà focalizzarsi nella direzione di attirare l’attenzione del vostro potenziale buyer. Quali sono i contenuti intrinseci del prodotto? Come mi farà sentire? Come mi starà addosso? E’ quello che cerco per completare il mio look? Comunicare l’allure e una proiezione di sé invita il potenziale consumatore ad avvicinarsi all’acquisto.

Lasciate a loro la scelta

Quando un commesso esalta le caratteristiche di un prodotto di “eccellente qualità” la vostra reazione naturale sarà quella di pensare “ok, sta cercando di vendermi qualcosa”. Non dobbiamo sottovalutare le capacità di valutazione del nostro consumatore, meglio utilizzare perifrasi e lessico che permettano a lui stesso di giudicare ciò che sta guardando. Le immagini ed il testo dovranno essere ben strutturati per offrirgli tutte le informazioni, senza lodi inutili.

Personalità e tono di voce

Il tono di voce trasmette la personalità del tuo brand. Possiamo risultare sexy, spregiudicati oppure rigorosi, severi. O ancora classy, giovani, contemporanei, divertenti o impassibili, seriosi o leggeri. Se vogliamo risultare divertenti, il nostro linguaggio dovrà essere leggero ed umoristico. Le immagini ed il testo dovranno chiaramente comunicare questo messaggio. La personalità del brand deve compenetrare tutti i contenuti, e quindi tutte le descrizioni di prodotto.

Evitare tecnicismi

Nel descrivere un capo dobbiamo includere le caratteristiche tecniche fondamentali, come il fit, i materiali, le finiture. Senza però eccedere in tecnicismi. Chi ci legge non necessariamente ha una cultura nel fashion come possiamo averla noi, né è interessato ad averla. La fruizione del testo in questo caso è piuttosto rapido, meglio essere chiari e semplici per evitare una lettura “effetto scan” che toglierebbe interesse e appealing al nostro prodotto.

Le specifiche tecniche sono una parte importante della vostra pagina. Non solo supportano il consumatore nel crearsi un’idea dettagliata di ciò che sta per acquistare, ma lo aiutano anche nella ricerca di quello specifico prodotto.

Mantenere lunghezze di testo coerenti

Per garantire una user experience piacevole e funzionale, è bene mantenere una lunghezza dei testi coerente tra un prodotto ed un altro. Da evitare testi troppo corti se altri prodotti l’hanno corposa e viceversa. La sensazione potrebbe essere quella di una mancanza di informazione o di scarsa attenzione per quel capo.

Aggettivi e immaginazione

Gli aggettivi possono essere utilizzati per creare perifrasi suggestive e piacevoli. Il vostro consumatore non può toccare il prodotto, ma il testo descrittivo può aiutarlo ad immaginarlo, sentirlo, proiettarsi in esso. Come mi starà addosso? Sarà morbido e caldo? Che tipo di fit potrà avere? Una descrizione ricca in aggettivi (con moderazione!) lo immergerà completamente in un mondo – touch and feel – che lo spingerà verso il desiderio di acquisto.

Fashion words: un linguaggio dedicato

Il mondo della moda ha un linguaggio tutto suo. Padroneggiarlo e giocare con la creatività è il valore del fashion copywriter, la sua professionalità. Solide basi professionali permettono di conoscere terminologie specifiche, lessico emozionale e perifrasi di tendenza. Una costante lettura dei magazine, la visione delle sfilate e delle collezioni, il quotidiano esercizio e relativa ricerca permettono risultati eccellenti.

Le 4 C

Per una valutazione veloce di un testo di prodotto, si può applicare la regola delle 4 C:

  • Clear: il testo risulta nel suo complesso di facile lettura? Comunica la vera essenza del prodotto? E’ facile da leggere?
  • Captivating: il vostro consumatore sarà attratto dal testo, o lo scorrerà velocemente? E’ piacevole e coinvolgente? E’ emotivo ed appealing?
  • Concise: Troppo lungo, troppo corto? Le parole sono usate con parsimonia o al contrario abbondiamo in termini che poco aggiungono a ciò che si è detto?
  • Complete: Il testo sta completando l’immagine di prodotto? E’ in grado di comunicare ciò che dalle fotografie non si riesce a comprendere?

Questi sono solo alcuni suggerimenti per capire come un fashion copy affronta una collezione da descrivere. La lista è lunga e certamente incompleta, mi farebbe piacere se voleste unirvi ed aiutarmi con spunti o idee nuove. Come è la vostra esperienza da consumatori? Cosa vi piacerebbe trovare in una descrizione?

 

artigianlità moda

Artigianalità, creatività. Ciò che la tecnologia non potrà soppiantare.

Artigianalità, creatività. Intelligenza. Quella vera, non artificiale.

In questi giorni leggo online ma anche su riviste di una certa importanza, tanti ed approfonditi articoli sul futuro dell’intelligenza artificiale. Cosa ci aspetta, come saranno le nostre vite tra pochi anni, cosa non faremo più, cosa sarà delegato a belli e lustri ‘bot’ – cioé robot per chi come me non è pratico della terminologia.

Ci prospettano sex bot, belli, similumani, dalle caratteristiche evolutissime, che pare siano la prossima frontiera della nostra fantasia erotica. Boh.

Bot che cucineranno per noi, con la maestria di sapienti chef e la creatività delle ricette della nonna. Movimenti regolati da algoritmi e copiati, rubati, da mani sapienti, per ricreare piatti sopraffini. Non so perchè ma ho la sensazione che non faranno mai le lasagne come quelle della mia nonna, quella originale, che per 85 anni ha mescolato ragù, stirato pasta, girato besciamella. Con la maestria imparata da immemori generazioni addietro.

Bot che lavorano per noi (e sia, questi mi paiono i più utili!) che svolgono mansioni pesanti, obsolete, pericolose. Bot che costeranno meno della manodopera umana e non avranno tutti quei fastidi quali malattie, assenze, errori, stanchezze, maternità, antipatie e difficoltà relazionali che tanto fanno storcere il naso agli imprenditori.

 

Dal canale Youtube di Chanel, un appassionante video sul making of di una giacca haute couture.

Anche nel campo della moda l’intelligenza artificiale ha fatto capolino.

Ne è un esempio Sew-bo, creatrice di un braccio meccanico in grado di produrre capi di abbigliamento con un tasso di automatizzazione elevatissimo. Sono spaventata, anche un po’ atterrita. Ma tutto quello che ho visto e respirato in anni aziendali, nelle rapide e semi vietate passeggiate tra i reparti produttivi, non esisterà più? Quella capacità, meravigliosa artigianalità, propria di tante, tantissime donne e uomini che fine farà? Dove troveremo ancora quella capacità così vicina all’arte di creare abiti e non solo, dal fascino intramontabile?

Negli ultimi anni le maison, le case di moda con haute couture, hanno cercato di evidenziare questa abilità a lungo celata delle sarte, delle première, degli operatori, dei product manager, creando interessanti video in cui il barlume dell’artigianalità e della fatica e delle ore di lavoro di altissima qualità vengono esaltate.

Non posso e non voglio dimenticare che la moda è un concentrato di creatività e capacità manuali.

Non posso e non voglio dimenticare che nessuna intelligenza artificiale sarà mai in grado di soppiantare la fantasia e la flessibilità umana.

Non posso credere infine che nessuno stilista affidi a mani meccaniche la realizzazione delle sue fantasie.

Dal canale Youtube di Jimmy Choo il making of di un sandalo tra Londra e la riviera Berica.

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Vocabolario Couture. Le parole della moda.

Scrivere per la moda è una attività che personalmente trovo piacevole, quasi ludica. Alle mie spalle ci sono anni di ascolto e formazione direttamente negli uffici prodotto, dentro i meandri della creazione e dello sviluppo, nelle pieghe misteriose del merchandising di prodotto. Ci sono letture di volumi di estetica e storia della moda, così come di infinite pagine di riviste e giornali di settore. A scovare terminologia e stile, estetica della parola, effimero e meraviglioso piacere nel sentir soffiare significati che evocano emozioni, bellezza, femminilità, arte. Le parole come mezzo di conoscenza.

Creare testi che rispecchino tutto questo, magari in poche, pochissime parole, non è semplice. L’arte del copywriter è quella di saper parlare al cuore, creare messaggi empatici, diretti. Per la moda ed il lusso si tratta di far sognare, trasmettere emozione, far vivere per un momento il proprio interlocutore in un modo magico.

Le persone non dimenticano come gli altri le hanno fatte sentire. Bill Bernach

L’innamoramento per questo mondo non è stato subitaneo. E’ iniziato in sordina, lentamente, aggirando la mia crudezza di ragazza fino ad affascinare e carpire il mio cuore di donna. Con parole dolci, ricami arditi, forme sognanti. Ho avuto il piacere e la fortuna di vedere e di toccare capi di alta moda, più simili ad opere d’arte che abiti. E lo stupore e la meraviglia di tutto quel lavoro manuale ispira sempre più rispetto, grande ammirazione, fascino infinito.

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Alla fascinazione estatica per quello che può essere definito un mondo di immagini e parole, si deve però affiancare una preparazione tecnica, rigorosa, faticosa, incredibilmente amplia. Termini, concetti, strategie, dettagli, lavaggi, trattamenti, tagli, forme. Parole che descrivono con precisione. Cosa differenzia una manica a palloncino da una a petalo? E un cargo pant da un harem? Ogni settore – sport, maschile, femminile – ha le sue caratteristiche. Senza tralasciare gli accessori e soprattutto le calzature, un altro mondo in cui perdersi con passione ed occhi incantanti. Servono parole, per descrivere ciò che risulta da un lunghissimo e spesso silenzioso percorso. Servono parole per raccontare l’impegno, l’ispirazione, il lavoro che si cela dietro ogni pezzo. E’ un lavoro di storytelling in miniatura, cesellato, creato con amore infinito.

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Vorrei condividere infine questo video di Chanel perchè riesce a rendere limpido il messaggio rivoluzionario di una donna/business che è riuscita nel tempo a creare icone estetiche e linguistiche che hanno attraversato i decenni. E che tutti noi utilizziamo quotidianamente, senza neppure renderci conto di dove e come sono nati.

 

custom made armani

Custom made. Ovvero la tendenza alla personalizzazione di massa.

Una delle parole che definiva il lusso, come abbiamo analizzato qualche tempo fa, è Custom Made, il Su Misura. Buffo che io l’abbia scelto anche per il mio sito. Ma non è a caso, perchè identifica un servizio od un prodotto che si posizionano subito come qualitativi, unici, personalizzati. Esattamente come i testi che redigo e preparo per i miei clienti. Ho copiato, ammetto…

Nella moda il Su Misura/Custom made/Made tu measure/Made to order appartiene soltanto ai marchi più ricercati. Ricercati ma globali. Incoerenza o strategia? Assolutamente la seconda. In qualsiasi città ci si trovi, minimamente avanzata e civilizzata – intendo non nel terzo mondo – le vie dello shopping si somingliano incredibilmente. Vetrine simili, stessi marchi, stessa offerta. Rassicurante per il consumatore. Spaventoso allo stesso tempo. Vincono i brand globali, quelli che sono in grado di offrire prodotti standardizzati, esteticamente piacevoli e qualitativamente infimi (ma questa caratteristica pare non essere importante, anzi, basta guardare la comunicazione Ikea in cui si dichiara in modo sereno che siamo fatti per cambiare).

 custom vetrine

La personalizzazione qui non esiste.

Esiste il sentirsi parte di una comunità, vestirsi allo stesso modo, magari non uguale ma con lo stesso gusto. Partecipare all’esperienza shopping, dimostrarlo con il proprio look.

Ecco allora che il Custom Made diventa una variante curiosa, unica, un elemento di distinzione. A partire dalle semplici T-shirt, come ha fatto Balenciaga – brand di nicchia e ricercato dai più raffinati cultori del fashion – in una interessante strategia di comarketing con Colette. All’interno del concept store si poteva creare da sé una maglietta griffata ma assolutamente unica, con tanto di app e macchina stampante in vista.
Esperimento riuscito a quanto pare, vista anche la copertura mediatica raggiunta: il famoso blog Highsnobiety ha creato un video della performace, mentre il sito stesso di Colette presentava l’happening con comunicazione dedicata.

Questo è un esempio borderline, in cui il prodotto di massa si concede il lusso di un gioco, ironico e macchiavellico,  il pezzo più democratico e cheap per eccellenza diventa unico perchè fatto da sé. Ma sono molti a dedicarsi alla personalizzazione, i primi della lista Nike ad Adidas (le calzature sono icone di moda, e semplici da offrire al gioco del ‘fai da te’).

custom nike

I brand del lusso invece presentano la personalizzazione dei propri prodotti come una possibilità ricercata ed unica di avere un abito griffato realizzato con la perfezione sartoriale che ci si aspetta da un artigiano.

Sono poche le aziende che offrono questo servizio, perchè prevede una linea di produzione dedicata, personale e risorse specifiche che non operano nella procedura standard, ma anzi fanno della loro operatività singolare un valore aggiunto. Ecco quindi che il costo del prodotto finale non può che essere alto. Non ha importanza perchè stiamo parlando di pezzi unici e quindi dedicati ad un pubblico economicamente abbiente. Fendi offre la possibilità di realizzare versioni personalizzate dei propri accessori, e come loro sono molti ad aggiungere alla collezione standard l’opzione del sul misura.

custom fendi

 

Concludo citando l’ultimo articolo di Annamaria Testa, che esamina diversi ambiti di prodotto e soprattutto affronta l’argomento con una prospettiva di business, la mass-customization, come l’opzione che sta divenendo più importante e popolare tra i produttori per il loro – e  nostro – prossimo futuro.

 

 

 

 

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Prossimo appuntamento Pitti. Da freelance, dopo 35 edizioni!

A gennaio sto pianificando di visitare Pitti Immagine Uomo, che se non faccio male i conti frequento più o meno costantemente dal 2001, appendendo al muro la bandierina della mia 35a presenza. C’è chi può vantarne molte di più, ma sono ormai entrata con stile negli anni dei ‘veterani’, di quelli che possono dire di aver vissuto più volte le giornate estive puntualmente caldissime e le invernali sempre glaciali. Ho frequentato come espositore per tanto tempo, come utente, come manager, aprivo lo stand la mattina e lo richiudevo la sera. Mi occupavo di scorrazzare amici, colleghi, clienti in fiera e nei tantissimi appuntamenti serali. Tanti ricordi e tanta, tanta fatica. Tante bistecche, tanta fame a mezzogiorno che non si staccava mai per un panino. Le ore in piedi, i look più disparati, le tendenze viventi e il loro coraggio di essere eclettici con stile.

pitti

Ho visto cose …

Ricordo chiaramente un signore con stivali da cowboy di pitone con tanto di testa del serpente sulla punta come se fosse ancora vivo. E non è che l’inizio. E’ diventato di moda , andare vestiti come moderni dandy a Pitti, tanto che poi quel modo eclettico è diventato tendenza. E sono diventati trendy i fotografi che ritraevano quei personaggi strani e postavano poi le immagini sui loro blog dando vita a fenomeni social che ancora oggi creano tanto clamore. Sono diventati di moda i calzini colorati, a righe, rossi. Sono diventati di moda i pantaloni rossi – che peraltro indossano solo ‘quelli della moda‘. Sono diventate di moda le barbe lunghe, il preppy, il tartan, i check scozzesi allover. Da Pitti si impara solo a guardare la passerella dell’ingresso. E’ cultura della strada, il Pitti vale come un master!

So cosa aspettarmi.

A Pitti ci si sente al centro del mondo, quel mondo, per qualche giorno. E non è solo il momento in cui tutto accade intorno a te. E’ proprio che sei attore più o meno consapevole di uno spettacolo che si rinnova automaticamente, ogni sei mesi. Con un sacco di novità. Le attività da seguire sono così tante che bisogna fare una cernita accurata. Il calendario degli eventi è fittissimo, dovrò selezionare con calma. Ma la cosa che amo di più è passeggiare nelle passerelle, entrare seguendo il flusso dei piedi in movimento, guardare e scoprire un concentrato di creatività che non si trova da nessuna altra parte.

Cosa porterò a casa.

Normalmente borsette piene di cataloghi, biglietti da visita, gadget. Un peso devastante. La mente piena di immagini. Gli stand più belli, i prodotti più innovativi, i look più all’avanguardia. E poi non si può fare a meno di percepire la presenza calda ed accogliente di Firenze, magica, viva, festaiola, incasinatissima che non trovi un taxi per tre giorni, bella da scoprire in ogni angolo.

Questa volta porterò a casa un punto di vista nuovo, diverso. Ve lo racconterò.

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Hermès e musica. Silk Mix a Roma.

Quando ho letto questo articolo su rockit.it e su Vanity Fair non sono riuscita a tratterenere un sorriso. Ho appena pubblicato un post sulle brand extension – utilità e necessità, gioie e dolori, lusso e non solo –  ed ecco qui che Hermès inaugura a Roma in via Condotti un pop-up store dedicato alla musica. Gli iconici carré in seta da uomo vengono utilizzati per abbellire ed impreziosire le copertine dei dischi, mentre le cravatte sono il packaging inusuale per le cassette (cassette? Ma allora esistono ancora!)

L’obiettivo degli ideatori di “Silk Mix” è quello di regalare un’esperienza poetica che riesca a stimolare i sensi, unendo l’immaginario musicale al prezioso fruscio della seta. All’interno del negozio sarà possibile trovare 225 modelli e 53 motivi per i carré e 125 modelli e 25 motivi per le cravatte.

Certo una grande ispirazione per i regali di Natale più preziosi. Ma anche una bella soddisfazione per me, che ho colto nel segno la tendenza dei brand di lusso a lasciarsi trasporare in ambiti effimeri e giocosi restando però ben attenti alla strategia di marketing ed al posizionamento. Questo è ovviamente un esempio tra i più alti e qualificanti.

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Nuovi media, nuove tendenze.

Instagram è il social più amato dal fashion.

Non è un segreto. Per chi naviga sui social Instagram oggi propone quasi quotidianamente contenuti visuali dall’estetica super aggiornata ed estremamente creativa. Attraverso stories si possono osserare delle vere e proprie mini campagne, a volte preparate ad hoc dai brand ma sempre più spesso postate dagli utenti, nuova frontiera del fashion blogging e del trend setting.

La moda cavalca con passione il nuovo media.

I migliori brand di moda e lusso – sono diventata follower dei principali e già così sono tantissimi! – preparano e postano con regolarità immagini o video legati al lancio di un prodotto, ad un evento, tips, tutorial. Ultimo nella mia memoria la “stories” di Max Mara con le immagini di archivio dei cappotti indossati da dive e modelle, postate in concomitanza con il rilancio del proprio nome legato a questa categoria merceologica, con tanto di eventi e copertura media. Per il marketer uno strumento che va a completare una strategia di marketing globale, online ed offline. oppure i tutorial YSL Beauty, che in pochi secondi catturano l’attenzione e rimandano alla pagina ufficiale, tutto con un montaggio visivo assolutamente trendy.

Spesso però non sono i brand a guidare la vague delle immagini temporanee, quanto gli utenti, in una perfetta ottica pull che tanto piace al mondo digitale. Instagram influenza quanto una passerella, sposta l’attenzione, si fa portavoce di una tendenza che non è un desiderata quanto una realtà già presente.

 

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E’ il caso dello streetwear, ad oggi a pieno titolo nella sezione prêt-à-porter dei più importanti brand. Dal lusso agli accessori non c’è collezione che non dedichi almeno una sezione ad un look street. Ultimo e più visibile probabilmente il nuovo logo VLTN sotto la cui egida vengono proposti prodotti come yoga mat e borse in pelle di altissima qualità (e prezzo!), il tutto in un mix merceologico apparentemente casuale.

Le tendenze si fanno però non solo con nuovi prodotti, spesso si tratta semplicemente di styling, come l’ultimissima moda di portare le All Star tagliate e con i lacci legati alle caviglie. Oppure esempi di mix tra capi vintage un po’ appariscenti come vecchie pelliccie maculate con pezzi decisamente minimal. Il fashion blogger oggi utilizza anche Instagram, a lancio e completamento dei contenuti e delle tendenze che vuole pubblicare.

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Alcuni esempi?

La tuta Kappa, i calzini bianchi da ginnastica portati  a vista anche con

le scarpe non sportive, calzini logati sempre rigorosamente a vista, il ritorno del basco, della minigonna ‘8os, delle Cortez di Nike.
Ma sono solo alcune. Tutte le altre sono da scoprire, ovviamente su Instagram!

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brand extension chanel

Brand extension. Necessità e virtù.

“Dal 27 novembre al 20 dicembre, Saint Laurent occupa il primo piano del concept store in uno spazio unico”. Colette

Ultimo brand ad apparire nel prestigiosissimo spazio di rue Saint-Honoré a Parigi, Saint Laurent ha presentato la notizia corredandola di immagini dei prodotti che verranno esposti. Essendo Colette un Concept Store non potevano mancare le brand extension più innovative e glam. Ma quanto questa strategia di marketing viene oggi frequentata? Tanto. Soprattutto dai luxury brands.

Di cosa stiamo parlando?

Per darne una definizione veloce, la brand extension è l’utilizzo di una immagine di marca su prodotti di categorie merceologiche differenti (che si chiameranno spin-off) con lo scopo di aumentarne la brand equity. Quindi mira a conferire ad intere famiglie di prodotti  l’equity ed i benefici vantati dalla casa madre.

La brand extension si può applicare a qualsiasi prodotto, dall’accendino all’automobile, dagli hotel alle gomme da masticare. Regola aurea, la coerenza: i consumatori apprezzano il risultato di una brand extension quando vi riscontrano un accettabile grado di coerenza percettiva fra  la nuova categoria di prodotto e la categoria in cui opera la marca. Le probabilità di successo del un nuovo prodotto saranno quindi direttamente proporzionali al livello di consonanza esistente tra le categorie merceologiche (category fit).

logo virginEsempio più visibile che porta in evidenza vantaggi e limiti di questa strategia è Virgin, celebre brand di Richard Branson che si è esteso a categorie disparate come bevande, compagnie aeree, treni, fitness, servizi finanziari, videogames, internet, tv via cavo, distribuzione, telefonia mobile, discografia. Non tutte con ottimi risultati, proprio perchè è mancata l’applicazione della regola della coerenza.

Fashion ed estensioni. Necessità? Virtu?

Il mondo della moda ha utilizzato in modo massiccio questa strategia, brand extension fenditanto che ci sembra così naturale da non notarlo neppure. Tutto ciò che oggi chiamiamo XXX casa – dal fast fashion fino al lusso – è un esempio perfetto di una brand extension calzante. Al punto da arrivare alla creazione di Hotel – di lusso ovviamente – e SPA, ristoranti, Lounge bar. L’abbigliamento stesso è oggetto di estensioni da parte di brand con altre categorie produttive (uno fra tutti Marlboro Classics).

Ogni oggetto legato al lifestyle è stato esplorato e testato e spesso fatto oggetto di capsule  se non di intere e dedicate collezioni. Negli anni ’80 Ralph Lauren, sempre sperimentale ed in avanguardia, ha esteso a biancheria da bagno il suo brand, dando vita ad una cascata di estensioni che ancora oggi vivono nel nostro quotidiano.

brand extension skateMa lo sport è la categoria credo più amata. Tantissimi gli esempi di attrezzatura, abbigliamento specifico, accessori. I consumatori amano portare i propri beloved brands anche sulle piste da sci, sulle onde, nella strada e non solo.

Infine i mezzi di trasporto: dalla personalizzazione fino alle edizioni limitate, il fashion ed il lusso non si sono fatti sfuggire l’occasione di sfruttare la tecnologia in movimento per esibirsi in esempi eccellenti di brand extension, a tratti con risultati eccellenti sia di immagine che di vendita. Unire Armani al concetto di Made in Italy e di Vespa è una operazione di marketing con i fiocchi. Riservata a pochi, però.

 

brand extension emporio armani

ecoalf fashion

No planet B. Moda ed ecosostenibilità oggi.

Prendendo spunto dalla notizia della apertura berlinese dello store Ecoalf mi sono fatta rapire ancora una volta da ragionamenti e collegamenti tra notizie – avete presente le palline del lotto all’estrazione? – che ultimamente affollano la mia mente.

La tendenza al riciclo e riutilizzo non è una novità nè una notizia. sostenibilità adidasMa le notizie della loro applicazione da parte di molte ed importanti aziende come parte integrante di una strategia di crescita mi rende particolarmente fiera ed entusiasta. Allora ecco che spuntano alla memoria le Adidas Parley, ultime nate da un progetto ecologico più ampio dedicato al recupero della plastica per trasformarla in capi ed accessori ad alta tecnologia. Entusiasmante vedere innovazione e potenzialità economica agire per uno scopo ecologico!

E sempre tra la memoria a breve termine affiora il progetto di Vigga, nato da una madre danese che ha inventanto un concept store per affittare i vestiti dei bambini, da 0 a 3 anni, sostituendoli man mano che crescono. I modelli sono semplici e realizzati in materiali ecologici. Il riuso è una ulteriore garanzia della ecologicità del progetto, che fonde insieme ecologia e sharing economy. Moderno, funzionale e dal contenuto etico altissimo!

A questi valori Stella McCartney aggiunge creatività, eleganza, sartosostenibilità stella mccrialità, il suo stile unico. E il risultato è moda allo stato puro. Senza perdere di vista però l’ambiente: filiera controllata, no fur, materiali il più possibili riciclati o riciclabili, ecosostenibilità. Può non piacere, ma io ho sottolineato mentalmente che questa donna sta trasmettendo al suo business gli stessi ideali che applica per la sua vita privata, e hanno una conseguenza talmente ampia da ricadere sui comportamenti d’acquisto – e  non solo – di migliaia di persone.

Anche la Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI) ha voluto sottolineare l’importanza della visione ecologica in campo fashion, dando vita ai Green Carpet Fashion Awards Italia, evento dedicato ai valori della sostenibilità, svoltosi il 24 settembre in concomitanza con Milano Moda Donna. I più grandi nomi italiani – da Fendi, Giorgio Armani, Gucci, Prada, Valentino – associati a giovani emergenti la cui visione e creatività rappresentano il futuro della moda. Il premio? Una statuetta realizzata da Chopard in oro etico (e sì, esiste anche quello!!). Nel frattempo capsule dedicate a collezioni sostenibili compaiono da Mango, Freitag e H&M. Siamo circondati, ma è una buona notizia.

In un momento in cui la siccità sta colpendo anche un nord Italia abituato ad autunni brumosi, pensare di agire per mantenere questo unico pianeta che abbiamo è un dovere di tutti. Anche della moda.

chiuri dior

La donna della realtà globale. Moda e realtà a confronto.

“La moda non si deve subire, basta vestire le bambine come bamboline. Viva la libertà di essere quel che si vuole”. Mariagrazia Chiuri

Sono giorni che questa frase l’ho salvata sul cellulare. Perchè è bella e chiara e fiera. E’ femminista senza essere barricadera. E’ femminile e libertaria. E’ un grido di orgoglio di una donna per una donna. Lanciato all’apertura del nuovo archivio Dior Heritage nel cuore di Parigi. Stiamo parlando di tecnologia, estetica, comunicazione, ricerca. Di primo mondo nel senso più raffinato ed elevato per quanto riguarda l’immagine femminile.

E sono giorni che questa frase si scontra con tantissime altre notizie bambine sposeche invece mi lasciano amareggiata e sconcertata. Ancora spose bambine, costrette dalle famiglie a matrimoni programmati, abbandonate tra le braccia di asettici uomini che non le amano nè le rispettano, forzate del dovere coniugale dirette come frecciarossa in corsa verso uno stupro programmato, ripetuto, pianificato, giustificato. Senza possibilità di appello. Mi sono stupita di fronte alla notizia che in India i tribunali hanno confermato la sentenza con la quale una donna è stata costretta a lasciare il proprio marito – scelto per amore – per tornare sotto la volontà paterna e quindi a sposarsi in un matrimonio programmato. Incredibile. Allucinante. Ho dovuto rileggerlo. Sono stata due volte in India e ho constatato di persona quanto la condizione femminile sia degratata, al limite del tollerabile, al limite della schiavitù senza neppure il riconoscimento di uno status. Speravo che la modernità arrivasse, almeno attraverso l’applicazione delle leggi. Mi sbagliavo.

E non solo questo. Miss Perù che alla fase di presentazione delle finaliste cita i dati della violenza femminile in quel paese. Certo, dichiarazioni programmate e non volontà delle ragazze, ma mi lascia perplessa ancora una volta la forza di un messaggio simile, la necessità di comunicare in quel momento, in quel modo. Quante altre ancora taciute?

E ancora guardavo con mia figlia alcune immagini di donne di tutto il mondo che allattano. Moltissime ovviamente delle tribù indigene – come se allattare fosse solo per loro e non per noi donne, tutte intendo – e molte segnate da ferite. Che io so essere da taglio, da bastonature. Che io so essere subite nella quotidiana violenza domestica. Che si perpetra nello spazio e nel tempo. Taccio con mia figlia nella vana speranza di evitarle anche solo l’idea che l’uomo possa avere il diritto di picchiare una donna, matrattarla, ferirla, per il puro piacere di affermare la sua superiorità.

E poi la lunga stagione dei femminicidi italiani, ormai una lista talmente articolata da non trovarne neppure una fine. Oggi, qui, ora, in Italia, i nostri vicini di casa. Non parliamo di altro, parliamo di noi. Che uccidiamo per un no, per un amore negato, per un sentimento negativo. (Ma le mamme ve lo insegnano a perdere? Questo sarà un altro argomento …). Sfregiate con l’acido, massacrate, donne o famiglie intere. Quanta violenza, quanta impreparazione, quanta povertà intellettuale.

Allora dove si colloca la frase della Chiuri? In quale mondo? Come faccio a mettere insieme una immagine di donna che comprenda l’uno e l’altra? La testa china e la forza di affermarsi. La libertà e l’impossibilità di decidere alcunchè della propria vita, neppure i propri affetti.

So cosa racconterò a mia figlia, so che messaggio le sto già passando quando insieme scegliamo le magliette del mattino. So cosa voglio che cresca in lei.
Ma come mi piacerebbe che fosse realtà anche per tutte le altre bambine del mondo …